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La Liguria e le centrali a carbone

E così, anche la Liguria ha ora il suo disastro ambientale e sanitario. Dopo la Campania, la Puglia, la Lombardia non potevamo certo restare indietro. Le cifre parlano di 440 decessi e 1700 ricoveri che potrebbero essere stati causati dalla centrale a carbone di Vado Ligure, ma ancora una volta questa storia ci parla di come le istituzioni siano state sorde alle richieste che da molti anni i cittadini fanno, chiedendo maggiori controlli e, soprattutto, che si impedisca un ampliamento dell’impianto a carbone. Davvero assurdo che in tempi di spending review nessuno si ponga il problema di quanto costi il peggioramento dello stato di salute dei cittadini causato dall’inquinamento e dal degrado ambientale, sempre concessi senza controlli, nel nome dello sviluppo e del progresso. Secondo i periti i costi delle malattie causate dall’inquinamento a Vado Ligure andrebbero da 770 a 860 milioni di euro, tutti a carico della collettività. Non dimentichiamo poi che c’è un’altra centrale elettrica a carbone in Liguria, quella di La Spezia, contro cui i cittadini si mobilitano senza ricevere ascolto da chi amministra il territorio. Quanti pannelli solari si potrebbero mettere sui tetti delle case, sulle barriere anti rumore che percorrono le autostrade, su tutti gli edifici pubblici? Quanto lavoro si potrebbe creare? Quanta energia elettrica pulita si potrebbe produrre? Quanto tempo manca prima che, grazie all’indifferenza delle istituzioni, scoppi un’altra bomba ecologica a La Spezia?
Le responsabilità politiche del PD e della giunta Burlando sono gravissime, tali che in qualsiasi paese normale, di fronte ai numeri di morti e malati presunti per Vado Ligure, porterebbero ad immediate dimissioni, ma come al solito nessuno pagherà, se non i cittadini.
Noi di Azione Civile chiediamo un cambio di rotta, un cambio che dica NO alle grandi opere, alle centrali a carbone, ad una gestione dei rifiuti completamente al di fuori di quanto previsto dalle normative europee, a favore di uno sviluppo sostenibile che rispetti l’ambiente e la salute dei cittadini.

Gian Luigi Ago (La Spezia) – Simonetta Astigiano (Genova)

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35 anni di Sistema Sanitario Nazionale

Poco più di trentacinque anni fa (23 dicembre 1978) nasceva il sistema sanitario nazionale, basato sull’assunto costituzionale che la salute pubblica è un bene individuale di interesse per la collettività che la Repubblica deve tutelare. Dopo essere stato, nel secondo dopoguerra, tra gli ultimi paesi per arretratezza economica, malnutrizione, analfabetismo, e bassa sopravvivenza, il nostro paese si colloca ora ai primi posti secondo gli indicatori di salute valutati da agenzie internazionali, quali l’OCSE. Purtroppo questo primato nei risultati sulla salute è ora minacciato da una tendenza negativa che vede una divergenza tra nord e sud e l’aumento allarmante delle diseguaglianze nell’accesso alle cure mediche. Il nostro paese è affetto da sacche di inefficacia, inefficienza ed ingiustizia causate da un sistema federalista disegnato male e gestito peggio.
Il 23 dicembre 1978 la legge 833, approvata dal parlamento con una larga maggioranza, attraverso la nascita del Sistema Sanitario Nazionale affermava il principio dell’universalità della tutela sanitaria, e stabiliva che la salute contribuisce alla formazione della ricchezza. Le riforme del sistema sanitario, introdotte a partire dagli anni 90, sulla scia degli scandali di mani pulite, sono state invece caratterizzate dalla aziendalizzazione e managerializzazione del sistema, e dal finanziamento delle aziende ospedaliere tramite DRG. Nel 2001 poi un parlamento ormai alla fine del suo mandato riusciva ad approvare per pochi voti una modifica del titolo V della costituzione che di fatto decretava la fine del SSN sancendo la nascita di 21 Sistemi Sanitari Regionali. Il processo intrapreso negli anni ’90 ha importato logiche di mercato nella gestione dei servizi, la preminenza dei manager sui professionisti, una crescente attenzione per i risultati economici, stabilendo che i vincoli di bilancio sono prioritari rispetto ai bisogni di salute, la riforma del titolo V ha poi favorito l’ingerenza pervasiva da parte della politica. Si è ritenuto che l’inserimento di qualche manager, magari provenente dal privato, potesse essere sufficiente a mettere il sistema al riparo dagli sprechi. Spesso però, manager privi di una adeguata formazione, e legittimati da una politica regionale prevalentemente interessata all’occupazione del potere ed a favorire interessi di parte, hanno accelerato un processo di verticalizzazione estrema favorendo autoreferenzilità ed ipertrofia burocratica, e generando insofferenza da parte degli operatori sanitari. Tutto a spese della collettività. In questo contesto si innestano i gravi danni provocati dalla stretta connivenza tra pubblico e privato, con privati che vivono solo grazie al rapporto esclusivo con il sistema pubblico.
Il quadro è stato poi peggiorato da 10 anni di politica di contenimento delle spese, diventata spesso alibi per favorire l’ingresso di privati ed a operazioni che vogliono aprire la strada a sistemi finanziari ed assicurativi.
Quello di cui abbiamo bisogno ora è di ristabilire la prevalenza dell’interesse collettivo sugli interessi particolaristici ed economici, cancellando i danni introdotti dalla modifica al titolo V della Costituzione, dall’ingresso dei privati e dei loro interessi nella gestione della sanità pubblica, dall’eccessiva verticalizzazione e burocratizzazione del sistema, e da un sistema universitario che ha colpevolmente favorito il proliferare di professioni sanitarie che ora stanno scatenando una guerra di ruoli, prevalentemente tra medici e infermieri, che difficilmente potrà trovare una ricomposizione. Occorre tornare alla centralità dei bisogni di salute, ad una maggiore semplificazione e graduazione dei ruoli sanitari, ad un maggiore controllo da parte dello stato, ad una maggiore democraticità e condivisione nella gestione delle strutture sanitarie.
Simonetta Astigiano

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Estendere la libera professione in sanità?

Il consigliere regionale di SEL, Alessandro Benzi, ha presentato alla Commissione salute un disegno di legge per consentire agli infermieri di svolgere attività libero professionale al pari dei medici. Benzi dichiara: “considerando l’ammontare degli stipendi degli infermieri si potrà dare agli stessi la possibilità di far fronte ai nuovi costi della vita e, contestualmente, si renderà più appetibile tale professione per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro”.
Noi crediamo che la sanità debba essere ricondotta al controllo pubblico e che la commistione tra pubblico e privato, anche attraverso l’esercizio della libera professione da parte dei medici, rappresenti un palese conflitto di interessi che andrebbe combattuto piuttosto che esteso alle altre categorie professionali. Se l’intento è quello di incoraggiare i giovani ad intraprendere la carriera di infermiere per poter sopperire alla carenza di queste figure professionali, altre sono le strade che bisognerebbe intraprendere. Piuttosto che rendere più appetibile le professioni sanitarie consentendo di aumentare i guadagni attraverso l’esercizio della libera professione, bisognerebbe adeguare i salari diminuendo la differenza che esiste tra dirigenza e comparto, e bisognerebbe garantire pari dignità nei processi decisionali, mentre ora le scelte effettuate dalle aziende sanitarie sono appannaggio quasi esclusivo della dirigenza medica. Introdurre maggiore democrazia e salari meno diversificati sono due strade che potrebbero anche portare ad un maggior senso di appartenenza, maggiore soddisfazione nello svolgimento del proprio lavoro e, quindi, aumento di qualità nelle prestazioni. Al contrario, estendere la libera professione non fa altro che alimentare un sistema che vive in un perenne conflitto di interessi, senza contare la diminuzione dei posti di lavoro che comporta la possibilità di esercitare la stessa professione in luoghi diversi. Non siamo pregiudizialmente contro la sanità privata, ma quando questa vive grazie ai convenzionamenti con il pubblico ed al prestigio che i professionisti si guadagnano con i pazienti, lavorando nel pubblico, è evidente che il sistema è malato e pesantemente in conflitto.
Riteniamo che sanità pubblica e privata debbano essere nettamente separate, sia dal punto di vista economico che da quello dei professionisti che vi lavorano, e che l’esercizio della libera professione andrebbe limitato fortemente, se non del tutto abolito, anche per i medici.
Infine, stupisce che ci si ponga giustamente il problema della diversità di trattamento tra medici e professioni sanitarie, ma si dimentichi quello ben più vistoso tra precari e strutturati, con i primi che, per ottenere un co.co.co, privo di diritti e sottopagato devono anche firmare un rapporto di esclusivita.
Simonetta Astigianoimage

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Europa dei popoli o dei banchieri? Di Danilo Zannoni

Raccolgo alcune idee sparse su quello che è l’Europa allo stato attuale e quello che potrebbe diventare se, finalmente, le forze progressiste decidessero di unirsi per creare un’ Europa dei cittadini e non delle banche.
Non sono un economista, quindi affronterò l’argomento da cittadino rivolgendomi ad altri cittadini nella maniera più semplice possibile.
Innanzitutto due premesse necessarie:
Tutti noi vorremo un mondo migliore e più giusto, un mondo che rispetti la natura e l’uomo.
Nessuno di noi, come singolo nè come gruppo politico, ha la forza necessaria per farlo.
Il problema è, ovviamente, planetario ma forse si può partire dalla dimensione europea per tentare un analisi ed abbozzare alcune soluzioni.
L’Europa si è messa in condizione di non poter uscire dalla crisi dandosi regole assurde che contrastano con i principi base dell’economia, e vorrei qui citare un bell’esempio usato da Tsipras riferendosi all’economia greca ed applicabile ovunque : “Il piano di “salvataggio” greco (un altro bel termine per descrivere la devastazione in corso) ignora un principio fondamentale: l’economia è come una mucca. Si nutre di erba e produce latte. È impossibile ridurre la sua razione d’erba di tre quarti e pretendere che produca quattro volte più latte. Essa ne morirebbe, semplicemente. E questo è esattamente ciò che accade oggi all’economia greca.”.
Il rigore applicato dal Mes (meccanismo economico di stabilità), dal patto di stabilità, non a caso, non fa altro che indebolire lo stato sociale e rafforzare la finanza. È sempre Tsipras che parla: “La realtà è che la crisi dell’economia greca non è ciò che interessa all’Europa, né al Fmi (fondo monetario internazionale). Il loro obiettivo principale è di fare del programma imposto alla Grecia il modello da seguire per tutte le economie europee in crisi. Questo programma mette definitivamente fine a ciò che, nell’Europa del dopoguerra, era conosciuto come “contratto sociale”. Non importa se la Grecia alla fine fallisce e sprofonda nella miseria. Ciò che conta è che, in un paese della zona euro, ora si discuta apertamente di salari alla cinese, di abolizione del diritto del lavoro, di dissoluzione della sicurezza sociale e dello stato sociale, e di completa privatizzazione dei beni pubblici. Con il pretesto di combattere la crisi, il sogno neoliberista delle menti più perverse – che, dopo gli anni Novanta, ha dovuto affrontare una forte resistenza da parte delle società europee – diventa finalmente realtà.”
Questo ci dice una cosa molto importante : se vogliamo riforme sociali, redistribuzione della ricchezza, equità fiscale dobbiamo prima di tutto cambiare queste regole, in caso contrario non avremo mai le risorse per fare qualcosa.
Questo è ciò che dobbiamo capire e comunicare prima che sia troppo tardi e diventi impossibile tornare indietro.
Ancora Tsipras:” Ma è nel “Trattato europeo di stabilità”, che la Germania vorrebbe vedere applicato all’intera Ue, che questa strategia si rivela in tutta la sua portata: gli Stati membri non sono più liberi di scegliere la loro politica economica, le principali istituzioni dell’Unione hanno ora il diritto di intervenire nelle scelte di bilancio e di imporre drastiche misure fiscali per ridurre i deficit pubblici. Tanto peggio per le scuole, gli asili, le università, gli ospedali pubblici, i programmi sociali.”
Allora andiamo a vedere cos’è questo trattato europeo di Stabilità, il famigerato Mes o Esm per dirla con gli inglesi. l’Esm non è un “semplice” fondo salva stati ma una vera e propria organizzazione intergovernativa volta a “mobilizzare risorse finanziarie, e fornire un sostegno alla stabilità, secondo condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto, a beneficio dei membri dell’Esm che già si trovino o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari, se indispensabile per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e quella dei suoi Stati membri” (art. 3 del trattato istitutivo).
L’Esm, quindi, è dotato di una vera e propria struttura organizzativa, costituita da un consiglio dei governatori, da un consiglio d’amministrazione e di un direttore generale (art. 4), che hanno il compito di amministrare la liquidità e prendere decisioni riguardo alla stabilità finanziaria dell’eurozona.
Qui iniziano i primi problemi.
All’articolo 32, infatti, si legge che “i beni, le disponibilità e le proprietà dell’Esm, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute, godono dell’immunità da ogni forma di giurisdizione” e che quest’ultime “ovunque si trovino e da chiunque siano detenute, non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio e di qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative”.
Nello stesso articolo, inoltre, si prevede che i documenti, gli archivi, e i locali dell’Esm siano inviolabili, nonché che “tutti i beni, le disponibilità e le proprietà dell’Esm siano esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie di ogni genere”.
Anche il personale dell’Esm gode “dell’immunità di giurisdizione per gli atti da loro compiuti nell’esercizio ufficiale delle loro funzioni e godono dell’inviolabilità per tutti gli atti scritti e documenti ufficiali redatti” (art. 35). ”I membri, o gli ex membri del Consiglio dei Governatori e del Consiglio di Amministrazione, e il personale che lavora, o ha lavorato per, o in rapporto con il Mes, sono tenuti a non rivelare informazioni protette dal segreto professionale
Essi sono tenuti, anche dopo la cessazione delle loro funzioni, a non divulgare informazioni che per loro natura sono protette dal segreto professionale”.
L’art 35 conferisce l’immunita’ di giurisdizione del personale per gli atti da loro compiuti nell’esercizio ufficiale delle loro funzioni e dell’inviolabilita’ per tutti gli atti scritti e i documenti ufficiali redatti. Qualsiasi questione inerente all’interpretazione o alle disposizioni di applicazione delle norme del trattato e’ sottoposta alla decisione degli stessi organi dell’ente.
Simpatico sistema non vi sembra? Una struttura autoreferenziale che non può essere controllata da nessuno anche se in palese violazione delle leggi.
Altri pericoli deriverebbero anche dalla natura estremamente finanziaria dell’organizzazione. Bisogna ricordare, infatti, che l’Esm ha una disponibilità di 700 miliardi di euro garantiti dagli stessi stati della zona euro con una quota calcolata in base al proprio pil. In questo modo i maggiori “azionisti” dell’Esm sono Germania (190 miliardi), Francia (142,7 miliardi), Italia (125 miliardi) e Spagna (83 miliardi). Tutti gli altri 13 paesi dell’area euro hanno quote inferiori ai 40 miliardi di euro.
Per fornire quote così ingenti (un impegno irrevocabile e incondizionato, come descritto nell’art. 8) i paesi dovranno per forza di cose chiedere un prestito (ovvero aumentare il proprio debito), dati gli impegni che la stessa zona euro si è presa, attraverso il Fiscal Compact, di riduzione del deficit e del debito pubblico (senza calcolare la congiuntura economica non proprio positiva).
Senza calcolare che, quindi, si cerca di risolvere il debito creando nuovo debito, in caso di intervento dell’Esm, quest’ultimo “può fornire a un proprio membro un sostegno alla stabilità, sulla base di condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto”. Queste condizioni rigorose “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche, al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite” (art. 12). In altre parole, il prezzo da pagare per gli aiuti è la cessione della sovranità economica come, d’altra parte, si era già capito con il caso Grecia.
Infine, il trattato prevede l’impossibilità di uscire da questo meccanismo che molti definiscono “perverso”. Infatti, “in caso di mancato pagamento, da parte di un membro dell’Esm, di una qualsiasi parte dell’importo da esso dovuto a titolo degli obblighi contratti in relazione a quote da versare […] detto membro dell’Esm non potrà esercitare i propri diritti di voto per l’intera durata di tale inadempienza” (art. 4).
Tirando le somme e semplificando: se il paese non vuole creare nuovo debito per risolvere il proprio debito perde la sovranità economica e la possibilità di decidere all’interno dell’Esm. (Fonti: Consiglio Europeo)
In soldoni, noi diamo 125 miliardi di euro ad un’entità più incontrollabile della Spectre di bondiana memoria (James non Sandro), che deciderà, nel caso ne avessimo necessità, di prestarcene una quota ad interessi e scadenze decise da loro.
Mi sembra, dopo quello dell’orto dei miracoli, l’affare del secolo! Infatti abbiamo subito aderito.
Ora, io penso che se riusciamo a spiegare all’uomo della strada queste semplici verità, non sarà difficile convincerlo a votare per chi vuole abolire questo scempio.
Ma siccome in Italia non vogliamo farci mancare nulla, ci siamo appesi un’altra pietra al collo. Abbiamo approvato, al grido : “L’Europa ce lo chiede!” il Pareggio di bilancio in Costituzione.
Nel 2011 i premi Nobel Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow, in un appello rivolto al presidente Obama, hanno affermato che:

Inoltre,

Critico anche l’economista e premio Nobel Paul Krugman, il quale ritiene che l’inserimento in Costituzione del vincolo di pareggio del bilancio possa portare alla dissoluzione del Welfare state.
Nell’aprile del 2012 il parlamento italiano ha definitivamente introdotto, come principio costituzionale nell’ordinamento giuridico italiano, il pareggio di bilancio (modificando gli artt. 81-117-119.97 della Costituzione italiana) con la legge costituzionale 20 aprile 2012 n. 1. La norma è stata approvata sia dalla Camera dei Deputati che dal Senato della Repubblica a maggioranza dei due terzi nella seconda votazione, precludendo così la possibilità di un referendum costituzionale dei cittadini. La riforma è stata approvata interamente da PD, PDL, Terzo Polo.E’ ovvio che se le condizioni rimangono queste la possibilità di uscire dalla crisi sono pressoché nulle.
Se continuiamo a buttare risorse nel calderone della BCE non riusciremo mai a fare quegli investimenti, nel lavoro, nella sanità, nella cura del territorio, nelle energie rinnovabili che potrebbero tirarci fuori dalla crisi.
A proposito è bene chiarire che la Banca centrale europea non è un organo dell’Unione europea.
La BCE è di proprietà delle banche centrali dell’eurozona, che a loro volta,  sono indipendenti dai governi nazionali, nel senso che non ne prendono gli   ordini. Esse sono guidate da Consigli di soggetti  privati​​. L’euro non  appartiene quindi né all’UE né ai governi nazionali, ma a un cartello di  banchieri indipendenti dai governi, a Francoforte, la città dei Rothschild.  L’Unione europea non può ordinare niente  alla BCE, ma viceversa la BCE ha il  potere di farlo all’interno dell’UE.  Essa dirige il  Sistema europeo di banche  centrali, che è, dal canto suo, un organismo dell’Unione europea. La BCE,  insieme alle banche centrali della zona euro, sono membri di questo organismo.
Quindi è da questi punti fondamentali che deve partire la battaglia, da qui possiamo muovere i passi necessari a ridare dignità ai popoli dell’Europa e contenere lo strapotere della finanza.
Danilo Zannoni
Azione Civile – Genova

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Una lista civica per le europee 2014

Mercoledì 8 gennaio a Genova si è tenuta un’assemblea tra vari soggetti per discutere delle prossime elezioni europee e promuovere la nascita di liste di cittadinanza che sostengano il programma della sinistra europea e la candidatura del leader della greca Syriza, Alexis Tsipras. Ecco il verbale di quanto discusso.
Simonetta Astigiano

Assemblea elezioni europee, 8 gennaio 2014, ore 21,00-23,00, Punto Rosso. Presenti 32 persone.

Premessa
L’idea di organizzare questo gruppo è nata con la visita dell’europarlamentare Mathias, rappresentante portoghese della Sinistra Europea (GUE-SE) che, al convegno di Madrid ha lanciato la candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito comunista greco Syriza. Nel corso della riunione precedente, del 23 dicembre, si era convenuto sulla necessità di non ripetere gli errori di Rivoluzione Civile, puntando sul metodo, che deve essere di massima apertura verso tutti i partiti, movimenti e singoli cittadini, e di garanzia di un’ampia condivisione.

Inizia la discussione sui punti programmatici fondamentali che devono determinare un’Europa che sia veramente dei popoli e non solo delle banche e della finanza. Tutti gli interventi successivi concordano sulla necessità di sostenere il programma politico della GUE-SE e la candidatura di Tsipras, intorno a cui occorre aggregare soggetti politici, movimenti e singoli cittadini con lo scopo di organizzare una lista di cittadinanza. Si sottolinea la necessità che il processo nasca dal basso individuando delle modalità democratiche per evitare che le scelte siano fatte in base alle singole appartenenze. Viene evidenziata la difficoltà del progetto in quanto per le elezioni europee occorrono 5 liste in tutta Italia una per circoscrizione, quella che ci riguarda è la circoscrizione del nord-Ovest che comprende anche Piemonte, Lombardia e valle d’Aosta. Ogni lista, che ha 19 candidati, deve raccogliere 30.000 firme con un minimo di 3.000 per ciascuna regione, e per poter eleggere dei parlamentari occorre superare lo sbarramento del 4%. La percentuale è a rischio in Italia, mentre negli altri paesi europei la GUE-SE è data in crescita. Occorre uscire dai confini regionali e promuovere la nascita di simili iniziative in tutta l’Italia. Il primo,passo per raccogliere consenso è far conoscere Tsipras ed il suo programma con iniziative sul territorio che potrebbero anche essere trasmesse in streaming via internet per poter ottenere la massima diffusione. Si sottolinea anche la necessità di individuare modi e messaggi atti a coinvolgere molte persone che si sentono lontane dalla sinistra per come si è sviluppata in questi ultimi anni.
Stabilito quindi che i principi di base sono condivisi, l’intento è quello di promuovere una lista unica a sinistra del PD, aperta a tutti i soggetti, che devono stabilire tra di loro un rapporto di fiducia reciproca ed essere liberi da condizionamenti spartitori. Si propone quindi quello delle primarie come metodo preferenziale, tenendo però presente che occorrerà trovare un metodo che consenta di equilibrare le candidature in modo che ci sia una rappresentanza di genere, che siano rappresentate le varie lotte presenti sul territorio e che sia bilanciata la presenza di ciascuna regione.

Si decide di scrivere un appello da diffondere il più possibile anche fuori dalla Liguria per stimolare la nascita di iniziative simili in più regioni; prendere contatti con referenti di vari gruppi che si conoscono in altre zone italiane; lavorare per organizzare un nuovo incontro in Liguria ed iniziare a diffondere il programma.

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Un regalo di fine anno per la Giustizia

Subito dopo la sentenza definitiva di condanna per l’imprenditore, ex premier, politico, senatore … Silvio Berlusconi, che da più di vent’anni cura i propri interessi anche attraverso reati –  ormai riconosciuti anche in Cassazione – sulle spalle e sulla pelle degli italiani … Il presidente Napolitano esordiva auspicando un’immediata riforma della giustizia.

Veniva, quindi, spontaneo chiedersi: “… ma come, il Presidente della Repubblica italiana, il Capo dello Stato più in crisi d’Europa (non mi limito a considerare quella economica evidente per tutti, ma anche quella morale ed istituzionale) anziché essere garante dello Stato e prendere atto dell’inattività di un governo da lui imposto e da tutti loro ben accolto, parla di giustizia?”

In quel suo inquietante monito faceva anche riferimento, sempre tra le righe, all’elaborato dei dieci saggi e alle sue dichiarazioni del marzo scorso. Per chiarezza, è utile andare subito a rileggere quelle parole perché la verità del contenuto è chiara e cristallina. Riassumo brevemente: limitazioni alle intercettazioni che diventerebbero strumento di ricerca della prova e non del reato, interferenze della politica sull’agire della magistratura, modifica del CSM, … e così via.

In molti, presi da mille avvenimenti, si erano quasi dimenticati di quelle parole. Invece qualcuno era già al lavoro da tempo e, non riuscendo a donare al Presidente un’ipotesi di riforma prima delle festività natalizie, ha cercato in tutti i modi di far sì che il tema della giustizia diventasse la chiusura di questo difficile anno ed automaticamente l’apertura di un 2014 ancor più duro – se possibile, su questi temi – e devastante.

Grazie anche al meritevole supporto della ministra Cancellieri – ormai famosa per le sue ingenue amicizie con i Ligresti – impegnatissima  nello svuotar carceri, partendo proprio dalle sue innocenti conoscenze, la maggioranza di governo tira fuori dal cappello giusto due o tre “spunti” per riformare la giustizia, approfittando della disattenzione dovuta al lieto distrarsi delle feste, fatto di luccichii e concerti di Natale alla Camera. Giusto per non perdere tempo e dare priorità ai “veri” problemi del Paese.

Si partirebbe innanzitutto da alcune modifiche al Codice di procedura penale, toccando casualmente la carcerazione preventiva. Svanirebbe la figura di un unico gip, che fino ad oggi decideva sulla carcerazione o meno in misura cautelare, che sarebbe sostituita da un team di tre giudici, con la conseguente soppressione del Tribunale del Riesame e l’ovvio aumento delle difficoltà nel trovare un accordo in tempi adeguati (per non parlare del problema per i piccoli tribunali a reperire tre giudici liberi e compatibili).

A questo, si aggiungerebbe la novità dell’obbligo d’informare preventivamente l’indagato sull’intenzione di arresto da parte di un pm, distruggendo in un sol colpo l’efficacia della misura cautelare, compromessa ulteriormente dall’abolizione dei cinque giorni in cui l’arrestato, fino ad oggi, non poteva incontrare il proprio avvocato per ottenere preziosi consigli su come rispondere ai primi interrogatori.

Ora il Presidente può cominciare a dormire sonni più tranquilli; anche quel suo “desiderata post-sentenza” di Cassazione, sta per essere preso in carico dal suo governo mai votato da nessuno.

Detto questo, è evidente che egli potrà contare anche sulla probabile solerte attenzione in merito alle rimanenti aspettative presidenziali.

Presto qualche ulteriore “spunto”, volto a limitare al massimo le intercettazioni e la libertà d’informazione, sarà maggiormente definito. Così la linea telefonica del Quirinale potrà tornare ad essere attiva per quei vecchi amici di battaglia e –come sempre – costantemente fuori campo per tutti gli altri, donne e uomini, onesti cittadini d’Italia … Buon anno, quindi, ne abbiamo veramente bisogno …

 

Enza Galluccio – autrice di libri sulle MAFIE e sulle relazioni tra Stato e criminalità organizzata

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Siamo sicuri che le Province vadano abolite?

Alcuni militanti di Azione Civile Liguria hanno discusso dell’abolizione delle Province e quel che ne è uscito lo ha sintetizzato in un articolo Simonetta Astigiano. Non rappresenta la linea ufficiale di Azione Civile che più volte, su questo sito, ha espresso la posizione di abrogazione delle Province per ridurre i costi della politica, ma se un territorio tra i più attivi di tutta Italia discute e arriva a conclusioni divergenti dalla linea nazionale è giusto non solo darne notizia, ma anche riportare nei particolari quella linea. Azione Civile non è un movimento ideologico per cui tutto può essere discusso ed eventualmente anche ribaltato se la maggioranza dei suoi aderenti ha una linea diversa. Azione Civile resta favorevole all’abrogazione delle Province ma, come si diceva una volta, è pronta ad aprire un dibattito e a valutare pro e contro di una riforma così importante. Siamo perfettamente d’accordo con Simonetta, invece, nell’analisi sul decreto del governo che, di fatto, non abroga le Province ma le rende un’istituzione non più democratica, cancellando le elezioni e nominando dall’alto gli amministratori.
Maurizio Sansone

L’idea di abolire le Province non mi è mai piaciuta perché ritengo che queste rappresentino un presidio importante di democrazia sul territorio, ma il decreto votato alla camera mi piace ancora meno, innanzi tutto perché, come già il disegno di legge sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, è una frottola in quanto non di abolizione si tratta ma di riorganizzazione, poi perché toglie ai cittadini la possibilità di eleggere i loro amministratori che sarebbero invece nominati dagli amministratori dei comuni che ne fanno parte, una modalità quindi davvero poco democratica e forse anche anticostituzionale. Il decreto in più conterrebbe anche norme che prevedono unioni tra Province e tra Comuni, e l’identificazione di aree metropolitane, ancora una volta con metodi calati dall’alto che poco o niente terranno conto delle realtà locali. Credo che sarebbe molto meglio invece procedere dal basso promuovendo l’unione spontanea delle aree comunali che sono affini territorialmente e culturalmente, lasciando a Province nel pieno delle loro funzioni, e legittimate da rappresentanze elette democraticamente, il compito di gestire un processo che dovrebbe essere una vera unione di popoli, non meramente di funzioni burocratiche. La riduzione delle amministrazioni provinciali e comunali, quelle più vicine ai cittadini, va nella direzione di un sempre maggiore accentramento dei poteri, e lascia inalterate istituzioni regionali ormai delegittimate, lontanissime dai cittadini, fonte di malaffare e di cattiva gestione, e ritenute da alcuni responsabili della crescita incontrollata del debito pubblico che ha iniziato a salire proprio dal 1970, anno di istituzione delle Regioni. Se si vuole cambiare paese, occorrono scelte coraggiose, ma anche democratiche e non demagogiche, che sappiano avvicinare i cittadini alle istituzioni anziché allontanarli sempre di più.
Simonetta Astigiano

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